martedì 8 gennaio 2013

Stupro di Delhi: l'umile punto di vista di una (pseudo)indologa logorroica e grafomane

Ebbene sì. Ne parlerò anch'io. Presenterò l'umilissimo punto di vista di una (pseudo)indologa logorroica e grafomane sulla questione dello stupro della ragazza a New Delhi e dei risvolti della vicenda. 

In primis vorrei farvi notare come dell'India si parli solo per puntare il dito, per schifare quei trogloditi, per potercela menare che NOI SIAMO MEGLIO.
E ultimamente, tra quei due scoppiati sequestrati dai tribali (ne parlo qui: Degli italiani in India: post semiserio su Marò, scoppiati, filantropi, no-tav tribali e black bloc maoisti ), i due Marò e ora gli stupri, ecco che finalmente abbiamo trovato qualcosa su cui sparlare, visto che la libertà di informazione la vogliamo solo quando fa comodo ai media e alla nostra classe politica. 

Con ciò non voglio minimizzare la questione indiana, tutt'altro; ma come al solito si fa prima a criticare gli altri che a risolvere i problemi interni.

La vicenda dello stupro -sfociato in omicidio- della ventitreenne di Delhi ha avuto enorme risonanza in India e anche in Italia dove, è noto, si è dovuto provvedere a dare un nome al reato di "femminicidio" per poter finalmente creare una legge ad hoc.
Ora, anche la legge sullo stupro che dovrebbe essere in fase di preparazione in India dovrebbe prendere il nome della giovane vittima, il cui nome è tuttora ignoto.

Innanzitutto chiariamo una cosa: lo stupro è un reato assai diffuso in India, e le statistiche dell'ONU NON SONO ATTENDIBILI. Perché il tasso dell'1.8% su 100000 donne non vuol dire niente. Quei 22.172 stupri denunciati nel 2010 su una popolazione -perlopiù maschile, e non è difficile immaginare il perché- di un miliardo e passa di persone sono pochi, pochissimi, un nonnulla rispetto alle donne che effettivamente sono state vittime di violenza sessuale. 
E quel"22.172", di fatto, risulta tanto campato per aria quanto potrei azzardare io moltiplicando quel numero per 5, 10, 100. 
La donna che denuncia una violenza carnale si espone di fronte ad una polizia corrotta, che potrebbe non crederle, insultarla, darle della puttana e addirittura violentarla di nuovo. La donna che denuncia si espone al giudizio della gente che dice che se l'è cercata... Oddio, questa l'ho già letta da qualche parte... Aspetta aspetta... Ah, sì, salutiamo tutti don Corsi da Lerici, sacerdote cristiano dell'avanzatissima Italia.

La donna che denuncia, se è ancora nubile rischia di non trovare mai un marito, di rimanere una zavorra per la famiglia (sempre se se la ripigliano in casa, ché sai che vergogna avere una figlia del genere!); se è sposata verrà lasciata dal marito e abbandonata a se stessa, forse sarà obbligata a prostituirsi, forse si suiciderà.
Al che, la donna indiana che non si può permettere un avvocato, non si può permettere di farsi i cazzi suoi e di andarsene fuori dalle balle, dove non la conosce nessuno, diciamo "la donna indiana media" si trova costretta a rinunciare alla denuncia. Non importa quanto fa male, non importa se continuerà a vedere il suo aguzzino -o i suoi aguzzini- ogni giorno, non importa se continuerà a sentirsi più colpevole che vittima. Non denuncerà gli abusi.
Perché non stiamo parlando di reputazione, qui: parliamo di SOPRAVVIVENZA.
Non è un caso che il nome della ragazza di Delhi ancora non sia stato rivelato ai media. E c'hai voglia a dire che questa potrebbe chiamarsi Sita, Puja o Pincopalla, lei è tutta l'India, lei è tutte le donne indiane. Sì, ma intanto lei è Lei, con un nome e una storia. Ma il fatto che il nome non possa essere rivelato è solo una forma di protezione per la donna molestata, perché, come ho già detto, "se la gente sapesse" se la passerebbe molto male.

È noto che la situazione femminile in India non è delle più rosee. Se vogliamo qualche dato, l'aborto è stato legalizzato nel 72 in India. In Italia nel 75; nello stesso anno, in India, è stata effettuata la prima amniocentesi, test che serve per individuare eventuali malformazioni del feto ma per molti indiani, ahimè, il fatto che il feto presentasse una vagina era già una ragione più che sufficiente per abortire. Tant'è che nel 1994 è stata emanata una legge che vieta gli esami che determinano il sesso del nascituro -quindi anche l'amniocentesi- e rende illegale l'aborto selettivo, che viene però tuttora praticato da medici compiacenti, in cambio di denaro. 
Ne consegue che le famiglie benestanti possono permettersi di scegliere se avere una figlia o meno, mentre le famiglie "normali" no. Resta il fatto che l'India è uno dei pochi Paesi in cui i maschi sono la maggioranza. 

Avere una figlia femmina in una famiglia media in India spesso significa doverla mantenere, doverle preparare una cospicua dote ché se no chi vuoi che se la pigli?, e poi lasciarla andare, spesso a casa del marito con i suoceri. Mentre il figlio maschio è un po' la "pensione" in versione indiana: colui che riceve la dote, si piglia la sposa e la fa venire in casa sua a fare da cuoca, da domestica e da concubina, nonché da badante ai genitori di lui, e quando moriranno, si occuperà di celebrare la puja, la preghiera rituale. Insomma, la figlia femmina è una botta di sfiga che in molti non possono permettersi. 
Figuriamoci se poi questa si dovesse mettere a far casino per una "palpatina", ché come minimo è colpa sua perché è andata troppo tardi al bazaar o perché aveva la choli (il corpetto che si indossa sotto la sari) troppo scollata. 

Quando parlo della mia esperienza in India non posso esimermi dal raccontare di come gli uomini spesso passassero da una parte all'altra della strada per sfiorarmi le tette con un gomito, o il culo. E all'inizio non capivo neanche perché la gente mi urtasse continuamente anche se non c'era folla, che tenera. 
Una volta, in un vicolo affollatissimo avevo ricevuto un'energica palpata di chiappa, ed ero andata dalla polizia che stava proprio lì, giusto per vedere cosa mi rispondevano. La loro risposta è stata "YOU MUST CALL THE POLICE". Devi chiamare la polizia, come se loro fossero vestiti così per carnevale. 
Un'altra volta, sempre nello stesso vicolo, la scena della palpata si è ripetuta. Ma stavolta c'era poca gente e non era difficile individuare il colpevole. L'ho rincorso (credo di non aver mai corso così tanto in vita mia!) e gli ho sferrato un cazzotto nella schiena, sconvolgendolo e intimandogli di non azzardarsi mai più a fare una cosa simile. Certo è stato un gesto dettato dall'impulso, in Italia non l'avrei mai fatto, perché probabilmente dopo la palpata mi sarebbero toccate delle botte da orbi, più varie ed eventuali a cui non voglio neanche pensare.

Da come l'ho visto shockato, è probabile che questo indiano manomorta non ripeta più un gesto del genere. Forse è tutta una questione di ignoranza, perché l'uomo alfa indiano non sa come trattare una donna, e boh, se la piglia e la fracassa di botte se lei non sta zitta e buona a subire. No, aspetta. Non è solo questione di ignoranza, è anche una propensione alla violenza, è una totale mancanza di rispetto nei confronti della donna (ehi, maschio! Ricordati che sei nato da una donna!), e un senso di impunità fin troppo diffuso.

La vicenda della ragazza di Delhi non è certo la prima, purtroppo, ma a quanto pare è stata la prima che, per la sua efferratezza

se avete lo stomaco forte e sapete l'inglese 
vi rimando a wikipedia, che tutto sa e tutto conosce
Io piangevo e quasi vomitavo dall'orrore, per dire

e per il suo triste epilogo, ha scosso l'opinione pubblica. Perché troppe donne in India hanno subito molestie più o meno esplicite solo perché "colpevoli" di prendere un autobus dopo il tramonto (e non parliamo del fatto che spesso le pensiline sono poco o per niente illuminate, o addirittura non esistono!), o per questo o quell'altro motivo. Ma nessuna giustificazione per i molestatori. Soprattutto nessuna colpa da parte della vittima. 
L'India sta cambiando, e con essa anche le sue donne si stanno emancipando: lavorano, escono, si divertono. E vogliono rivendicare il diritto a poter svolgere queste attività normali in piena sicurezza, e in piena libertà.

Il governo sta pensando alla castrazione (più o meno) chimica per coloro che si macchiano del reato di violenza carnale.
Per evitare episodi di questo tipo bisognerebbe cominciare nelle famiglie, nelle scuole: magari qualche corso di autodifesa femminile... La verità è che non sono solo gli uomini che devono imparare a rispettare le donne, ma le donne stesse devono essere messe in condizioni di farsi rispettare e di potersi difendere senza vergogna, se necessario.
La verità è che basterebbe che la polizia indiana svolgesse onestamente e correttamente il proprio lavoro: se la ragazza fosse stata soccorsa subito -senza bisogno che il suo amico, devastato dalle botte e dallo shock, la caricasse a forza nell'auto della polizia- se, invece che in un lontano e scrausissimo ospedale pubblico, la polizia l'avesse portata in una clinica privata, forse -FORSE- si sarebbe potuta salvare. 

In questi giorni mi è tornata in mente una "pubblicità progresso" credo del 2009, che rappresenta Draupadi, la celeberrima eroina del Mahabharata, ovvero "la grande storia di Bharata" (da cui deriva Bharat, il nome ufficiale dell'India), il poema epico-storico-religioso più imponente che sia mai stato composto, un'enciclopedia di tutto il sapere indiano, che racconta (tra le millemila altre vicende ed appendici) la battaglia di Kurukshetra, combattuta tra la stirpe solare, i Pandava e i cugini appartenenti alla stirpe lunare, quella dei Kaurava, che determinerà le sorti dell'India e dell'universo tutto. 
Ecco, Draupadi è la madre dei Pandava, un'eroina ben diversa da quelle presentate nei testi indiani: è volitiva, forte; una grande, insomma. Ecco, Draupadi sarebbe stato un altro possibile nome per la mia futura figlia (in un futuro moooolto lontano), se non fosse così cacofonico. 
Grazie ad una partita truccata a dadi i Kaurava vincono il regno, e, già che ci sono, decidono di prendersela con l'unica donna presente: Draupadi, appunto. Uno dei bruti comincia ad umiliarla, la strattona, le strappa le vesti. O, almeno, ci prova, perché Dio vede e provvede, e Krishna protegge la sua devota da quei bruti (e non è per rovinarvi il finale, ma continuerà ad aiutare i Pandava e sarà, letteralmente, EPIC WIN per loro). La sari di Draupadi, grazie all'intervento divino, continua ad allungarsi all'infinito, finché il malintenzionato è costretto a rinunciare, sommerso dai metri di stoffa. 

...E va bene che non bisogna mai metter limiti alla Provvidenza, ma forse è meglio seguire il consiglio di questo manifesto: 
NON ASPETTARE DIO, DENUNCIA GLI ABUSI




...Nella speranza che quest'orribile vicenda serva, e che il governo emani e si impegni a far rispettare una legge che finalmente punisca gli stupratori e tuteli le vittime, ed ogni singola donna.

E con questo è tutto, spero di non avervi annoiato troppo e di tornare (più o meno) presto a scrivere di argomenti più leggeri e frivoli.
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Update del 9.01.2013: il padre della ragazza ha reso pubblico il nome: Jyoti Singh. Ora che il mondo sa il suo nome, lei vivrà per sempre, ha dichiarato il padre.(scusate, ma sapete che io sono SEMPRE in ritardo, eh!)

martedì 11 settembre 2012

Dal sesso tantrico alla necrofagia: luoghi comuni, leggende metropolitane e balle colossali

Il fatto che io non sia più in India non mi impedisce certo di scrivere, ché poi si sa che sono una grafomane e soprattutto che ho da ridire su tutto.
E allora stavolta parliamo di... Di... SESSO TANTRICO! Olè, chissà quanti lettori (e maniaci) attirerà questo post.

Ovviamente ne parlo per smontare tutti gli stereotipi che ci costruiscono sopra gli occidentali, un po' come la storia del Kama Sutra. 

Riprendo in mano il mio adorato libro "Sanathana Dharma" di Stefano Piano e i miei appunti del primo anno e vi ripropino tutta la pappardella. E quindi iniziamo dall'etimologia: "Kama", l'amore carnale, l'eros, la passione (quella roba che ti viene che c'hai la fregola, praticamente); e "sutra", regola, "aforismi sull'eros", insomma. Ammazza che roba osè.
L'uomo adulto, sposato, dovrebbe perseguire un fine ultimo, che è il moksha, la liberazione dal samsara. Nel frattempo, però non è che debba per forza annoiarsi a morte, ci mancherebbe: finché vive nel mondo terreno deve perseguire tre obiettivi: il kama (inteso anche come piacere materiale in senso lato), l'artha, la ricchezza e il successo, e il dharma (che fate poco i fighi che sapete già cos'è: è l'ordine, la giustizia).
Tutto ciò finché non crepa, o almeno non va a vivere nella giungla con Mowgli per poi diventare un samnyasin.
Comunque spiego tutto in questo post, se non avete niente di meglio da fare: http://varanasindiario.blogspot.it/2009/09/treno-kashi-vishwanath-delhi-varanasi.html

Per kama s'intende anche la fruizione estetica, che fa molto sindrome di Stendhal. Ebbene, il protagonista di questi aforismi è un uomo raffinato, un uomo di città, che si trova di fronte al problema di contenere le proprie pulsioni erotiche; deve insomma tenere a bada i suoi ormoni, che diciamolo, per gli indiani è sempre una gran fatica. Non che per gli altri sia facile, eh, ma per i discendenti di Bharata si tratta di una vera e propria piaga sociale.
Allora ecco che all'uomo in preda alle fregole vengono prospettate tre strade:
  • Rinunciare totalmente ai piaceri della carne (e non parlo di bistecca, che è ovviamente bandita) per intraprendere la vita ascetica;
  • Riversare tutto l'ammòre, la tenerezza e la devozione (bhakti) nei confronti della divinità;
  • Ricongiungersi con il principio divino attraverso il kama vero e proprio, ovvero l'atto sessuale (ma non solo) sublimato.

Allora, se l'uomo deve riprodurre l'amplesso divino tra Shiva e la sua Shakti (che, oltre ad essere il secondo nome della mia futura figlia, significa "forza", ed è la parte attiva e dinamica, la parte femminile della divinità), le cose devono essere fatte proprio bene. Come dio comanda, insomma. Quindi a seconda di come è lui e a seconda di come è lei bisogna farlo: solo in un certo momento del giorno (o della notte), solo con certa musica, solo in certe posizioni assurde, che ti sloghi l'anca solo a guardarle, e magari devi persino chiedere l'aiuto del pubblico perché in due non ce la fate. Finisce che ti rompi e fai prima a farti passare la voglia, e ti dici che, se proprio devi contorcerti, allora è meglio una partita a Twister.
In ogni caso, il Kama Sutra non parla solo di sesso, ma soprattutto di regole di vita civile, e spreca un sacco di parole su come trovare moglie, che chiaramente deve essere sempre bella e piacente e soprattutto disponibile. Ovviamente un trattato sul maschilismo. E del piacere femminile non si fa proprio menzione, ça va sans dire.
Seguìto alla lettera, dunque, il Kama Sutra è una palla mortale. Facciamocene una ragione. Gli indiani hanno già rinunciato a seguire pedissequamente quelle regole da qualche millennio, ci sarà un motivo.
Per gli anglofoni nullafacenti -in questo momento, non in generale nella vita, dico- interessati all'argomento, consiglio questo illuminante articolo, che offre una versione moderna e non sessista di questi "Aforismi sull'eros", dal punto di vista femminile:
http://indiatoday.intoday.in/story/kamasutra-from-woman-perspective-k-r-indira/1/198603.html

Dopo aver smontato uno dei miti dell'India, passiamo al tantra.
Ho visto che in giro per Milano ci sono dei corsi di "yoga tantrico", addirittura scontati del 70% su Groupon. Tralasciamo il fatto che in quella scuola di danza-yoga ecc io ho fatto una lezione di danza di Bollywood. E ho riso tantissimo perché l'insegnante faceva la galla che lei è stata di qua, lei è stata di là, lei ha viaggiato l'India in lungo e in largo e parla hindi come un'indiana... In realtà io e le mie socie abbiamo riso fino alle lacrime per la pronuncia maccheronica di PUnjab, JEIpur e spiegava talmente bene che qualche alunna ha pensato che "chalo chalo", che significa "andiamo" fosse un modo per salutare. 
Comunque, in questo luogo dove, come avrete capito, la cultura indiana regna sovrana, scevra di cliché e di stravolgimenti all'italiana, fanno dei corsi di tantra yoga.

Ma intanto concentriamoci sullo yoga in sé. Innanzitutto yoga si pronuncia con la "o" chiusa, e giuro che è stata una delle scoperte più sensazionali della mia vita. Yoga è stata la parola che la nostra guruji ha scelto per dimostrarci che il sanscrito è la madre di tutte le lingue indoeuropee: infatti yoga corrisponde al nostro "giogo", "unione", dove la matrice comune è yug. Lo yoga rappresenta infatti l'unione della mente e del corpo, e, di conseguenza, l'unione con Dio, e se ci pensiamo anche i romani dicevano mens sana in corpore sano, e forse lo cantava pure Raf.

Lo yoga, praticato secondo dettami ben precisi, con costanza e dedizione assoluta, è una delle vie per conseguire il moksha. Ciononostante, dubito che Madonna possa raggiungere la liberazione solo per qualche contorsione ritoccata da photoshop.

E ora arriviamo al Tantrismo propriamente detto, che è una religione, una setta (ricordo che nell'induismo non esiste il concetto di eresia) legata in genere al culto della Dea, la Shakti.
Io lo so che la maggior parte delle persone hanno sentito parlare di tantra grazie a Sting, che dice di praticarlo ormai da anni e che le sue prestazioni sessuali sono migliorate tantissimo, e la moglie è tanto felice e soddisfatta. Ma. Ma. Sting è un grande, e siamo d'accordo. Ma dal momento che noi povere mortali non possiamo appurare e apprezzare questa sua dote, be', possiamo anche fregarcene. In compenso, mi chiedo che religione segua Bruce Springsteen, che a sessanta e passa anni può fare un concerto a Milano e suonare per tre ore e quaranta senza mai fermarsi. Che in fondo è l'unica durata che può interessare ai fan. 

Il Tantrismo si fonda sui Tantra (letteralmente "telaio"), trattati che risalgono al V-VI secolo. 
Secondo il signor Filippani Ronconi, gli aspetti caratterizzanti dei Tantra sono:
  • Il concetto del divino come coppia, costituito da una parte maschile e una femminile, Shiva e Shakti.
  • La corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo.
  • Lo yoga. Lo so che quando parlo di qualcosa parto sempre da Adamo ed Eva, o dal Purusha nel caso hindu, ma poi arrivo al punto. Ci sono diverse forme di yoga legate al tantrismo, tra cui hatha yoga (yoga della Forza) e kundalini yoga. Il corpo "sottile" è fatto di canali, cerchi (i celeberrimi chakra) che conducono la kundalini (la capacità generativa presente nel corpo, raffigurata in forma di serpente avvolto nelle sue spire) attraverso le posture, il respiro e tanta, tanta fatica, verso il ricongiungimento con Shiva, che si trova proprio sulla sommità del capo e consente infine l'unione con il principio unico, il Brahman.
  • La concezione fonematica della Realtà, in particolare i mantra, suoni che in sé racchiudono preghiere e un mondo intero. È questo il caso della sillaba ohm, di cui magari parlerò più avanti, visto che si tratta di un argomento che mi sta particolarmente a cuore.
  • Diagrammi e cerchi magici. Sì, lo so che non ve ne frega niente, ma è per dovere di cronaca e per completezza, io l'ho detto che il tantra non è la roba pruriginosa di cui parla Sting.
  • Il guru e l'iniziazione: nella cultura indiana è sempre fondamentale la figura del maestro (io, personalmente, ho una Maestra, la mia guruji, dove la particella ji indica rispetto), e il rituale di iniziazione che, se leggiamo qualche libro di antropologia, è presente in tuuuuutte le culture, e rappresenta lo spartiacque tra una fase della vita e un'altra.
  • La puja, cioè l'adorazione, in cui l'adepto affida ogni parte del proprio corpo a una divinità, affinché il suo corpo mortale diventi un corpo divino.  
Ci tengo a precisarlo ogni volta, perché poi lo so che si sentono tante assurdità, ma L'INDUISMO NON È UNA RELIGIONE POLITEISTA. Il senso del divino è uno, unico, ma ognuno può scegliere un dio o una dea preferita, un po' come nella religione cattolica ci si può affidare a San Gennaro perché si è di Napoli, piuttosto che a Sant'Antonio se si è leghisti. Anche per il fedele hindu Dio è UNO, ma ricordiamoci che l'India è un subcontinente, ha subìto tantissime influenze dall'esterno che non ha rigettato, ma anzi: le ha incamerate e fatte proprie. E nell'induismo non esiste un super capo religioso che decide cos'è giusto e soprattutto cos'è sbagliato.
Il tantrismo in sé non prevede necessariamente l'atto sessuale. L'adepto può intraprendere diverse diverse vie (la mia guruji lo dice sempre, che gli indiani devono sempre spaccare il capello in quattro, e spesso anche in sedici), sette, per la precisione. Tra queste, solo tre comportano l'unione sessuale, fino a raggiungere la dimensione divina. L'adepto si congiunge con la compagna femminile (shakti pure lei) in un amplesso rituale, che oggi è perlopiù simbolico, e che permette di risvegliare la famigerata kundalini shakti fino a sublimarla.

La coppia divina è spesso presente nell'iconografia hindu, basti pensare a Krisha e Radha, il mandriano che attira le bestie e le gopi, ma la sua preferita rimane ovviamente Radha. 
Gli Hare Krishna sono quelli che ballano per le strade e suonano il flauto vestiti di quel color salmone marcio che non si può guardare. E, come dice la mia amica Terry, come si fa a credere a uno con l'incarnato blu puffo che va in giro a suonare il piffero e a giocare a nascondino con le cow-girl?

Shiva è spesso rappresentato dal lingam, il simbolo fallico che è sempre inserito nella sua base, la yoni, che ovviamente raffigura il sesso femminile.

So che all'occhio occidentale vedere i fedeli -maschi e femmine- inginocchiarsi davanti a tale raffigurazione fallica può sembrare blasfemo, ma insomma, poi ci si abitua. Più o meno, dico. Qualche ghignatina scappa di default.
Per tornare al tantra vero e proprio, ormai è una pratica perlopiù simbolica, anche se non mancano delle correnti nascoste che praticano ancora, così come, da qualche parte, ci sono ancora i thug, i banditi che offrono sacrifici umani in nome della dea Kali (senza l'accento sulla "i") e pure gli aghora, considerati anch'essi adepti del tantrismo, ma che invece di copulare mangiano le ceneri e le ossa dei morti per acquisire tapas, l'energia che scaturisce dall'ascesi. Non è che non ce ne siano, in India, ma non sono certo la regola, bensì tradizioni ataviche che resistono, come énclave sotterranee e segrete, malgrado il tempo, le convenzioni sociali e le leggi. Anche se quando Ale aveva detto di aver visto un aghora sui ghat a Varanasi sgranocchiare con voracità un osso umano, mi aveva fatto parecchio impressione, se non schifo.

Lo yoga in Occidente è ormai ridotto perlopiù a mera ginnastica, al massimo finalizzato al benessere psicofisico, ma non certo all'unione con il Divino. E, come tutto ciò che viene importato, tende a perdere il significato che lo caratterizzava in origine. 

Quindi, per concludere. Se avete intenzione di seguire un corso di yoga tantrico pensando di poter risparmiare sulle pillole blu resterete assai delusi. E, soprattutto, assicuratevi di non dovervi cibare di ossa umane. CRUNCH CRUNCH.

lunedì 19 marzo 2012

Degli italiani in India: post semiserio su Marò, scoppiati, filantropi, no-tav tribali e black bloc maoisti

Uff, quanto tempo che non scrivo su questo mio taccuino di viaggio virtuale...
No, non sono in India... Non so neanche quando ci tornerò. E sì, mi manca da morire, ma al momento ho -purtroppo- altre priorità.

Non si parla mai dell'India, tranne quando ci sono dei cristiani che vengono ammazzati nelle zone tribali più sperdute, dai soliti fondamentalisti hindu frustrati. Tutto ciò per la gioia dei giornalisti italiani, che finalmente trovano un'occasione per ammazzare la lingua hindi coi loro strafalcioni, nonché dei leghisti, che in questi avvenimenti trovano la conferma che oltre il Po sono tutti dei caproni incivili e che poi vengono qui a rubarci il lavoro, le mogli, e pure l'argenteria.

Ma ecco che, nel giro di pochissime settimane, i giornalisti tirano fuori il loro asso nella manica: cià, diciamo qualche scemata sull' India. Improvvisamente. Un'emozione fortissima sentir parlare dei due Marò arrestati, proprio alla vigilia delle elezioni in Keràla. O Keralà? Vi tolgo dall'impiccio, si dice Kérala. E, guarda un po', parliamo di uno stato che non è lo staterello sfigato abitato solo da pescatori. Il Kerala è lo stato più ricco dell'India, con un tasso di alfabetizzazione che supera il 90% (l'Italia se lo sogna).
Personalmente non ho seguito granché la vicenda, se non per correggere la pronuncia dei giornalisti, ma da quel poco che ho evinto è emerso che:
-Gli indiani sono tutti dei poveretti sfigati;
-I politici indiani se ne sbattono degli italiani (eppure non ci trovo nulla di così diverso rispetto agli altri politici europei);
-I poveri Marò in carcere mangiano cibo italiano.

Vorrei soffermarmi su quest'ultimo punto. Chi cucina cibo italiano per loro??? No, perché io me li immagino, 'sti cuochi intoccabili delle carceri del Kerala, che preparano buste Maggi e aggiungono almeno tre chili di peperoncino, perché nel sud dell'India sia mai che lesinano sul piccante.

Non fraintendetemi: non ce l'ho particolarmente né con i militari italiani né con gli indiani. Mi auguro che 'sti Marò un po' polli vengano liberati dalle loro sbobbe a base di vermicelli Maggi e giudicati seriamente, com'è giusto che sia.

Quello che mi urta è come l'argomento India viene trattato in Italia. Ma per fortuna, senza neanche bisogno che si sgonfiasse troppo la vicenda, abbiamo trovato un altro motivo per (stra)parlare di India.
Olè. Sentivo la mancanza di quell'accento messo sempre a muzzo. Quindi anche Orìssa pronunciamolo come [òrissa], sia mai che si azzecchi, una volta.
Pane per i miei denti, chevvelodicoafà.
Fonetica a parte, sentite un po' che storia assurda.
C'era una volta una terra lussureggiante, in mezzo alla natura incontaminata del golfo del Bengala... Tra le liane, le tigri, e Mowgli...
A proposito. Devo assolutamente aprire una parentesi. Ve lo devo dire. Il libro della giungla, ce l'avete presente? Vi ricordate i nomi degli animali? Baloo, Sher Khan, Baghera, Hathi... Ecco. Quelli sono semplicemente i nomi in hindi degli italiani, leggermente "italianizzati" per renderli più facili da pronunciare e ricordare.
Baloo, da "bhaalu", orso
Baghera, da "baagh": nel cartone è la pantera, in hindi è la tigre, ma in latino si chiama "panthera tigris", quindi direi che tutto torna.
Sher Khan, da "sher", leone, o tigre e "Khan", titolo onorifico musulmano (come Aga Khan)
Hathi, da "haathi", ovvero l'elefante, "il manuto": in hindi "haat" è mano, la proboscide è la manona di questo animale così amato in India (vedasi alla voce dio Ganesh)
Del resto, "Il libro della giungla" è stato scritto da un signore che si chiamava Rudyard Kipling, e non stiamo parlando della versione anglo-indiana di Melissa P., per dire.

Tornando a noi... Perdo il filo del discorso anche quando scrivo, vabbè.
Ok, dopo questa breve interruzione, addentriamoci tra le fresche frasche della giungla (altro nome mutuato dalla hindi: "jangal") più selvaggia (se volete una descrizione accurata vi consiglio Salgàri. Lui non c'è mai stato in Bengala, ma se è per questo neanch'io, e almeno lui non aveva nient'altro da fare che rinchiudersi in biblioteca a erudirsi riguardo a storia, geografia e botanica di paesi lontani. Beato lui, eh!) dove vivono, guarda un po' te che roba, delle popolazioni tribali. Ammazza che strano. E che affronto. Come si permettono, 'sti qui, di vivere senza elettricità, acqua corrente, al di fuori delle convenzioni della società occidentale.
Questi "adivasi", nome con cui vengono indicate le varie popolazioni tribali in India, costituiscono oltre l'8% della popolazione. Nella società hindu sono praticamente considerati alla stregua degli intoccabili propriamente detti, ma in fondo ad alcuni di loro non interessa proprio perché sono davvero fuori dalla società. Non tutti, però. Per questo, la Costituzione Indiana tutela le cosiddette "Scheduled Castes and Scheduled Tribes", concedendo loro quote al governo, nei posti pubblici, nelle università e così via.
Questo perché non tutti i tribali passano il tempo con le pannocchie a coprire le pudenda e a lanciare frecce.

Ma gli adivasi sono tantissimi in India. E sono un po' ovunque. Non vuol essere una minaccia, ma insomma, ce ne sono un po' che vivono tranquillamente facendosi i cavoli propri senza l'elettricità.
E qui casca l'asino. Perché eccolo l'italiano fricchettone, cresciuto tra gli agi della società occidentale, che a casa non sa fare a meno degli spaghetti al ragù di mammà, del cellulare con l'ultima suoneria col gattino che canta la lambada e l'iPad, che non si sa come si usa, ma fa figo. Eccolo che decide di partire per l'India, l'ultima frontiera di coloro che non sanno che cavolo fare della loro vita, che si sono stufati di tutto e di tutti e che, magari, dopo essere stati mollati dal/la fidanzato/a che magari nel frattempo ne ha trovato uno/a migliore (saranno mica tutti sfigati come me!) decidono di partire per l'India. ALLA RICERCA DI SE STESSI. Chi mi conosce un po' sa quanto io nutra una profonda idiosincrasia per quest'espressione, legata immotivatamente, ma altrettanto irrimediabilmente, all'India. Un po' come odio la combo "India + volontariato".

Le persone che in India mi hanno detto di essere "alla ricerca di se stessi" (anche nella variante entusiasta "l'India mi ha cambiato la vita"... Anche a me, quando avevo l'ameba. Non avete idea di quanto io sia dimagrita) erano, e cito solo gli italiani della categoria:
-Scoppiati che andavano in giro a leggere la mano e col pendolino a esaminare i chakra (non i miei), per poi sentenziare seriosi che, ma guarda un po', il chakra bloccato era quello pelvico. E indovinate un po' cosa si deve fare per sbloccarlo. Un tizio che, da gran conoscitore della cultura indiana qual era, si era messo a darmi i due baci sulla pubblica piazza di Varanasi. Praticamente un po' come consumare un amplesso sulla spiaggia affollata di Rossano Calabro. Che strano che tutti ti guardino e ti additino come un pervertito, mentre io mi ritraevo schifata, manifestando tutto il mio disappunto. Proprio strani 'sti indiani.
-Hippy della mutua che vanno in giro vestiti di stracci, con gli immancabili dreadlocks e soprattutto a piedi nudi "perché cioè così senti veramente il contatto con la madre terra, cioè, le vibrazioni". Così ciacchi tante di quelle merde che ti ci potresti fare un monumento, e le vibrazioni sono quelle per i brividi della febbre per le malattie che ti pigli, oltre ai funghi allucinogeni che ti spunteranno, da far invidia ad Alice. Altro che "paese delle meraviglie"! (ne ho sicuramente parlato in qualche post, voi leggete un po' indietro, vi prometto che non ve ne pentirete!)
-Tardone borghesi-ex cielline che vanno a farsi infinocchiare da santoni tipo Sai Baba (quando sono andata io in India lui era ancora vivo), che pareva facesse miracoli tipo re Mida e, già che c'era, si faceva anche qualche ragazzino. Molti, purtroppo. Troppi.
-Giovani milanesi alternative che hanno già provato tutte le droghe sul mercato meneghino e decidono di esplorare quello indiano, facendosi accompagnare in viuzze anguste e malfamate da brutti ceffi sconosciuti, per "provare nuove emozioni". Tizie, e i più attenti sanno pure di chi parlo, che, oltre ad abbracciare droghe (nella fattispecie eroina), piedi nudi e pidocchi, decidono anche di lasciar tutto per vivere sugli alberi, nella giungla.

Spero che il quadro vi sia più chiaro. Non vi è nulla di inventato o di esagerato: i toni sono più smorzati del mio solito, addirittura. Queste sono le tipiche persone che giungono in India per "trovare se stessi" e che poi ritorneranno all'ovile tra i loro tablet, Sky calcio e la Smart, e il loro unico problema esistenziale resterà il dilemma natalizio "pandoro o panettone?"; be', sono queste le persone che sicuramente vi racconteranno che "aaaah, ma l'India mi ha cambiato la vita, cioè, non puoi capire, la spiritualità, cioè, il Gange, cioè le vacche che camminano per strada, cioè la semplicità[aggiungere luoghi comuni a scelta, ma mi raccomando il "cioè" enfatico]".

E ora torniamo ai giorni d'oggi. Prendiamo questo Paolo, che un bel giorno ha lasciato la sua Val di Susa per andarsene in India. Probabilmente fosse rimasto in Italia sarebbe morto per aver preso la scossa su un traliccio durante una manifestazione NO-TAV.
Un biondone con delle magliette lise e lerce che se lo vedessero Enzo e Carla di "Ma come ti vesti?" avrebbero un infarto e che, non gliel'hanno mai detto per educazione, ma anche agli adivasi fanno davvero schifo. Perché saranno tribali, ma il buongusto ce l'hanno, e certi loro abiti tradizionali farebbero invidia al miglior Missoni.
Ecco, 'sto bel biondone... No, be', è vero che in India "biondo è bello", ma insomma, non esageriamo. Dicevamo. Questo biondone qui va in India, e non è che se ne sta buono nelle città, no. Lui vuole fare lo "sborone" e si avventura per i villaggi. Non pago, decide di aprire un'agenzia che organizza viaggi tra i tribali dell'Orissa.
Uh, che idea originale. Perché non ci ho pensato prima?! Perché non un bel safari tra gli aborigeni dell'Australia, con tanto di attestato di partecipazione e foto nel pentolone con un simpatico autoctono con l'osso nel naso?
O magari un bel tour nella profonda Sicilia, tra capre, lupare e vedove di mafia. In regalo una testa di cavallo da mettere nel letto.
Mi ricorda molto il parco divertimenti a tema comunista, in cui pareva venisse offerta anche la sbobba tipica dei gulag.
Peccato che qui si sia tra persone vere, che vivono la propria vita senza rompere le balle a nessuno, senza computer, senza cellulari, senza neanche l'acqua corrente, e che non devono per questo essere considerate meno civili, meno intelligenti o meno dignitose di coloro che hanno una casa in mattoni e una macchina Tata bianca ultimo modello.
Quindi, il Nostro si avventura tra queste popolazioni, armato -e il termine non è affatto casuale- della sua macchina fotografica super profescional, si fa strada nella giungla e si vanta anche di mangiare ciò che mangiano gli adivasi, e di bere la stessa acqua. Ci scommetto che l'ha fatto. E chissà quante volte si è preso l'ameba, la tenia, la malaria, per non parlare di quelle infezioni che qui non hanno neanche un nome.
Fa il figo, il Paolo, va in giro, comunica a gesti (italiani) con tribali bonari che lo guardano con compassione, e magari s'incazza quando questi gli chiedono se vuole mangiare, gesto che in Italia è facilmente confondibile con la mano a carciofo del "che cazzo vuoi?"... Ed effettivamente avrebbero più ragione ad usarlo nella versione italiana.
Aaaaah che gran gallo, questo Paolo. Talmente gallo che può anche raccogliere adepti, altri scoppiati che non sono mai stati in India e che decidono di cominciare partendo dalla parte più facile e occidentalizzata: i villaggi. Ovviamente sono ironica, e io, che la hindi la mastico, e la cultura la conosco, o forse proprio in virtù di tutto ciò, prima di avventurarmi in un villaggio aspetterò un bel po'. Ma non è che debba necessariamente andarci, eh.

Il Paolo, tra i tanti, recluta un bel galletto romano in pensione col pallino di "salvare il mondo" e aiutare i più deboli. Tale Claudio. Sappiamo tutti benissimo che in Italia stiamo tutti bene e che non esistono barboni/drogati/disagiati/disabili/bambini in difficoltà in Italia. Bisogna andare in India per trovarli. E menomale che ci sono i bianchi che arrivano a frotte per salvarli dalla povertà, dalle malattie e dall'inciviltà, in generale.
Menomale che ci sono bianchi col nasino all'insù e le Canon ultimo modello che si credono Madre Teresa e vanno in India a fare VOLONTARIATO. Perché, suvvia, cos'avremo mai da imparare noi, da una civiltà che sorgeva sulle rive del fiume Indo già nel lontano 3000 a.C., avanti di migliaia di anni rispetto all'occidente.
E non ci provate, non provate a dire che lì è rimasta. Vi rivolto come un calzino durante una centrifuga.

Eccoli, l'Indiana Jones della Val di Susa e Madre Teresa de Roma, l'avventuriero e il filantropo, che si inoltrano nella giungla nera, fingendo esperienze antropologiche tra quei simpaticoni degli adivasi.E, già che ci sono, adocchiano qualche donna tribale che magari non indossa un top, con le minne al vento. O magari ce l'avevano, una maglietta, e se la sono tolta per regalarla ai due straccioni. Oh ma che bel quadretto folkloristico, da immortalare assolutamente.
http://www.telegraphindia.com/1120318/jsp/frontpage/story_15264696.jsp

Ma, come in ogni film e libro di avventura che si rispetti, vuoi che non ci sia un cattivo? Una tigre, un serpente, un cacciatore di taglie, un rompicoglioni ubriaco che spara a caso?
All'improvviso da questi ficus beniamini giganti, nontiscordardimè tropicali e gattoni selvatici del Bengala (ve l'ho detto, per i dettagli di botanica e zoologia affidatevi a Salgari!) spuntano dei cattivoni vestiti in tuta mimetica e passamontagna. Il primo pensiero dei Nostri è "Chissà che banca andranno a svaligiare, qua nella giungla", ma le loro guide indiane gli fanno notare che non sono dei rapinatori di banca. Sono dei cattivoni che li acchiappano al volo (certo, con quelle magliette demodé non passano inosservati neanche nel Bengala più profondo), lasciano andare le guide indiane e si tengono i due bocconcini di carne bianca.
Quei cattivoni sono i maoisti. I Naxaliti. Quei brutti ceffi che hanno cominciato a rompere le balle a Indira Gandhi già nel 1967, in un periodo di grave crisi del sistema agrario in Bengala.

Parliamo un po' dei tizi in passamontagna, libro di D'Orazi Flavoni "Storia dell'India moderna" alla mano (ancora più specifico del Walpert, e se sapete di cosa sto parlando, capite perché non ho voglia di dare quest'esame!). Indira nel 1967, dopo aver vinto le elezioni, ma avendo perso molti consensi, inaugura la cosiddetta "Rivoluzione Verde", cito testualmente: "un programma di modernizzazione accelerata del settore agricolo attraverso l'applicazione delle più avanzate esperienze di genetica agraria"
Ora, capite anche voi, che, tra gli adivasi del Bengala non è che questa sia stata accolta come la novità più figa del millennio. Anzi. I primi a incazzarsi sono i tribali Santal (sì, come il succo di frutta), dediti alla coltivazione mobile, che già erano stati messi sul fondo della scala sociale dai britannici. Ma a ruota arrivano anche gli altri tribali a protestare. E il nostro amico Paolo dalla Val di Susa dovrebbe saperne qualcosa.
Ed ecco i maoisti, o naxaliti (da Naxalbari, area difficilmente accessibile, collocata tra Nepal, Bhutan, Sikkim, Tibet e attuale Bangladesh, in cui i rivoluzionari trovavano rifugio), che cominciano a fare i black bloc della situescion e a guidare le rivolte contadine e la guerriglia.

E siamo nel 1967, ripeto. Le rivolte intestine in India non hanno mai attecchito granché, proprio grazie alla suddivisione castale: la rivoluzione puà nascere dalla cosiddetta "solidarietà orizzontale" (di classe), non in una società caratterizzata da dipendenze verticali (castali); il sistema castale si fonda su basi ataviche, religiose, e per questo l'indiano "medio" deve accettare la propria condizione e sottomettersi al proprio destino. Ma noi stavamo parlando dei tribali, che in fondo sono sempre stati al di fuori del sistema castale vero e proprio e che se ne sbattono delle convenzioni; saranno sì dei primitivi, ma proprio per questo più vicini a un'idea di egualitarismo e democrazia rispetto al resto della società indiana basata sulle caste.
Negli anni settanta la lotta naxalita si sposta a Calcutta. Ora non ci sono più solo tribali, ma anche studenti, intellettuali, a cui si aggiungono mafiosi e piccoli delinquenti (non so perché ma mi pare un déjà-vu); si fa propaganda nelle campagne e si arriva al terrorismo urbano. Dopo una forte azione repressiva condotta dal partito del Congresso i naxaliti vengono imprigionati, e il loro partito (PCML) frammentato.
In generale, la politica adottata è stata di dialogo e compromesso (Indira c'è andata un po' pesante, ma insomma, anche Gandhi lo diceva: "quanno ce vo' ce vo'!"), ma sono rimaste delle zone d'ombra in cui gli ultimi naxaliti operano, il D'Orazi Flavoni dice soprattutto in Bihar ma, a quanto pare, anche in Orissa. E pare che questi maoisti finora se la fossero mai presa con stranieri.

Finora, appunto. E invece a breve scade l'ultimatum. Magari i maoisti si accontenteranno che quei due italiani cambino quelle magliette luride con camicie pulite e stirate, come la maggior parte degli indiani. Magari anche una "dhoti" (pareo lungo usato dagli uomini in India del Sud) al posto di quei pantaloncini osceni e "siamo apposto così", la finiamo a tarallucci e vino. O a namkeen (tipici salatini indiani) e birra Kingfisher.
Me lo auguro, per carità. Così come auspico che i Marò vengano liberati. E me lo auguro non solo perché il povero ambasciatore indiano deve essere in crisi, e probabilmente anche il console... E se è lo stesso console che si era trovato in difficoltà solo perché una studentessa bionda di hindi (no, non ero io) voleva andare in Panjab per preparare una tesi sul Khalistan (lo stato che vorrebbero creare gli indipendentisti sikh), e che per tale motivo è stata additata come terrorista, be', credo che ora tra i Marò e i fricchettoni sequestrati, avranno delle belle tigrotte da pelare!
Ma me lo auguro, anche perché in caso contrario quello che arriverebbe all'occhio dell'italiano che non sa una mazza di India è: tutti gli indiani sono stronzi, e se vai in India ti rapiscono facile, che manco l'Anonima Sarda ai tempi d'oro. E non ti mandano neanche un orecchio di ricordo (tra l'altro Faruq Kassam era di origine indiana)

A noi italiani all'estero (ma anche italiani in Italia), invece, basterebbe solo un po' di buon senso, di sensibilità e di rispetto per le popolazioni che sono a casa loro, e che non è che abbiano necessariamente voglia di essere considerate alla stregua delle cere di Madame Tussaud's. E che non è poi così indispensabile passare dall'alberghetto di Rimini o dal villaggio a Sharm alla zona più malfamata di Medellin per sentirsi davvero dei "viaggiatori". E piantiamola di sentirci più fighi e crederci superiori ai "non occidentali".

Quando un giornalista chiese a Gandhi: "Mr Gandhi, what do you think about Western civilisation?", il nostro amico Mohandas Karamchand rispose prontamente: "I think it would be a good idea".
Rachitico, brutto e con le orecchie a sventola sì, ma mica scemo!

Sonia

sabato 12 dicembre 2009

Divali ad Amritsar e matrimonio a Moga



Alla stazione di Amritsar noi cinque dolci donzelle italiane eravamo le uniche straniere all’orizzonte, ben cariche di borse e borsoni, mentre ci chiamavano da tutte le parti, ma noi volevamo solo il nostro pick-up, un ragazzo che, come promesso, ci aspettava davanti a una riproduzione del Tempio d’Oro con un cartello in mano: “CJ International”, il nome del nostro albergo. Abbiamo attraversato la città per giungere finalmente a destinazione, dopo mezzanotte. Il nostro hotel era davvero proprio di fronte al Tempio d’Oro (che non è -solo un bar dove si va a far l’happy hour con ESN, ma soprattutto il tempio più sacro della comunità sikh… Per info vi rimando a wiki, che insomma, ne sa: http://it.wikipedia.org/wiki/Sikhismo & http://it.wikipedia.org/wiki/Tempio_d%27Oro ), il quale, per Divali, la festa delle luci, di cui ho già parlato diffusamente l’anno scorso (come direbbe la prof. Dolcini “Andarselo a vedere!” http://varanasindiario.blogspot.com/2008/11/28-ottobre-divali.html ) era illuminato a festa e le luminarie si riflettevano nella piscina interna al tempio. Una vista talmente incantevole che ci siamo commosse tutte (non solo io, ecco!). Dopo aver mangiato toast e bevuto chai ci siamo messe finalmente a nanna.

La mattina successiva ci siamo preparate e infighettate per bene per visitare il Tempio. Definirlo stupendo è forse riduttivo. Per entrare bisogna lasciare le scarpe nelle scarpiere, si pucciano i piedini in una piscinetta, ci si copre la testa, e poi finalmente si entra in punta di piedi in un mondo incantato di marmo bianco, illuminato dalla luce del sole del mattino. Nella piscina interna i devoti (maschi) si bagnano, vestiti solo dei loro mutandoni sikh e del turbante. Questa catarsi rituale che si ripete da secoli è così emozionante... Un senso di pace e tranquillità e serenità pervade il Tempio d’Oro, se non fosse per i soliti indiani rompiballe che cercano di scattarci foto di sgamo e che vengono rimproverati dalle guardie nei loro costumi tradizionali blu e zafferano, che in genere sono più solerti di questi:

Ci siamo poi messe in fila per entrare al gurudwar (il tempio sikh) vero e proprio, ovvero il cuore del sikhismo: un edificio completamente rivestito d’oro, per entrare nel quale abbiamo dovuto fare una fila di un’ora sotto il sole cocente di mezzogiorno (perché il tempismo è il nostro mestiere), ma ne è valsa decisamente la pena: completamente rivestito di marmo e di piastrelle colorate, in sottofondo le voci dei musicisti, accompagnate dal suono melodioso dell’harmonium, del sitar e della tabla, i mormorii e i canti dei fedeli, le chiacchiere di qualche turista irriverente…

Davvero emozionante.

Una volta uscita dal gurudvar, io e l’Ottavia siamo andate a riprendere le scarpe. Che non si trovavano. Paura e panico ad Amritsar. Al ché siamo entrate a cercarle, e sembrava di essere in un impianto di stagionatura di pecorino, da cui però siamo uscite vittoriose, dopo una mezz’ora di ricerche.
Dopo aver fatto le brave ragazze S, come dice la Lucia, dove “S” sta per sikh, siamo andate al Jallianwala Bagh, il giardino dove nel 1919 centinaia di uomini, donne e bambini sono stati fucilati dai britannici. Ma siamo dovute scappare in fretta, inseguite da orde di indiani armati di macchine fotografiche analogiche (quelle che fino a un po’ di tempo fa si trovavano nel fustino del Dash, per dire) e cellulari che scattavano all’impazzata… famiglie che volevano stringerci la mano, sapere chi fossimo e così via… Eravamo braccate, ma siamo riuscite a liberarci.
Siamo salite su un autorisciò




alla volta del Mata mandir, il tempio della Madre, che, secondo la tradizione, dovrebbe aiutare le donne ad avere figli. Più che in un tempio, a noi sembrava di essere alle giostre, tra casa degli specchi, cuniculi da casa degli orrori, rigagnoli stagnanti da guadare… Per poi arrivare finalmente davanti alla statua della santa: ecco che abbiamo capito perché è venerata dalle donne. È talmente brutta che le donne, guardandola, si consolano e si rincuorano: “se ce l’ha fatta ‘sta cessona, a sposarsi ed aver figli, ce la possiamo fare tutte!”.


Infine siamo tornate al Tempio d’Oro per ammirarlo in versione notturna, illuminato dalle luminarie di Divali e dalle candele, che si riflettevano sul bianco del marmo e nell’acqua. Così anche il pomeriggio di Divali è trascorso, ed eccoci pronte a tornare in hotel per ammirare i


fuochi d’artificio delle sette. Ci siamo piazzate in pole position in terrazza con il naso all’insù… Lo spettacolo era favoloso, sembrava di essere nel cartone animato di Aladdin, quando Jasmine è sul terrazzo e Aladdin la prende per mano e la invita a salire sul tappeto volante cantandole “Ora vieni con me verso un mondo d’incanto, principessa è tanto che il tuo cuore aspetta un sì” http://www.youtube.com/watch?v=B2xsbrIqnX0, praticamente una delle mie scene preferite di Disney… Davvero incantevole, emozionante, commovente.


I fuochi d’artificio sono durati tantissimo, poi ci siamo vestite a festa e siamo andate alla ricerca dei “matching churi”, i braccialetti da abbinare. Le altre fanciulle hanno comprato le scarpe, e, tra una cosa e l’altra, s’è “fatta una certa” e il ristorante panjabi dove volevamo andare a mangiare ha chiuso. Così abbiamo deciso di concederci, dopo quella lunga giornata da turiste fai-da-te, una cena luculliana, per cui abbiamo speso, in cinque, 1000 rupie. Tipo 15 euro. La serata è finita nel delirio più totale, complici stanchezza, rincoglionimento ed entusiasmo per la giornata trascorsa, faticosa ma splendida.
Il 18 era il nostro ultimo giorno ad Amritsar, che la sottoscritta ha passato a fare interviste per il progetto, mentre le altre didi compravano altre scarpine panjabi… GRRRR!!!
In compenso, con la scusa dell’intervista, sono riuscita a fare la foto al receptionist figo dell’albergo, e sono stata così osannata dalle altre fanciulle. Effettivamente, questi ragazzi turbantati c’hanno il loro fascino, e da quando sono in India devo dire che la concentrazione di ragazzi più belli, o se non altro decenti rispetto alla -assai bassa- media indiana, l’ho trovata proprio in Panjab, il granaio dell’India. E per “granaio” non mi riferisco certo al locale di Settimo.

Nel primo pomeriggio siamo saliti in taxi alla volta di Moga, l’allegro paesello di Gurvir, l’amico di Lucia, che ci ha invitate tutte al matrimonio di sua sorella, dandoci l’opportunità di assistere a un matrimonio panjabi, considerato come il re dei matrimoni indiani, per la sua vitalità e per i suoi balli tradizionali, in particolare il cosiddetto bhangra, che è tipo questo: http://www.youtube.com/watch?v=ZW7sAMTLDas .
 

Dopo tre ore di viaggio, trascorse cantando e ridendo e facendo video, e guardando fuori dal finestrino le campagne rigogliose e le risaie, i gurudwar, i bus affollatissimi di gente comodamente (?) seduta sul tetto che ci salutava… Finalmente siamo arrivati a Moga, conosciuta come la città della Nestlé. Dopo un pranzetto nel nostro hotel figo, sono venuti a trovarci Gurvir, con sorella minore e cognato, che poi ci hanno portato in macchina (otto in una cinque posti, ovviamente) a fare shopping in un centro commerciale, dove io e l’Ottavia ci siamo contese una dupatta :) Ma ho vinto io perché, come dice lei: “Lo shopping è come lo sport: bisogna saper perdere!”. Volevamo farci fare il mehendi (l’henné), ma ormai era troppo tardi, e, mentre eravamo in macchina, Gurvir ci ha annunciato raggiante che eravamo invitate alla festa di pre-matrimonio con tutta la famiglia. Noi eravamo stra-cotte, vestite alla bella e meglio, ma non potevamo certo rifiutarci! Così, dopo le prime reticenze, siamo arrivate a casa della nonna di Gurvir, dove c’era almeno una cinquantina di persone agghindate a festa che ballava e mangiava… Noi ci siamo



unite al gruppo di fanciulle danzanti e abbiamo cominciato a copiare tutto quello che facevano loro. È stato davvero divertentissimo, tranne quando è arrivata una signora grassa e bruttissima, dalle fattezze di un satiro, che ha cominciato a strattonarmi pretendendo che ballassi con lei. Ovviamente -ovviamente per gli indiani, non certo per noi!- donne e uomini ballavano separati, percaritàdiddio, non vorrei mai che si toccassero accidentalmente, eh! In ogni caso è stato molto divertente e, proprio perché non c’erano maschi rompiballe attorno, rilassante. Stanche morte, siamo andate a mangiare, e poi la sorella maggiore di Gurvir ci ha fatto il mehendi sulle mani... Tranne a me, ché me l’ha fatto la Lucia. Abbiamo scoperto praticamente alla fine della serata chi era la sposa: era talmente giovane che non pensavamo neanche lontanamente che potesse essere lei. Ventun anni, ancora una bambina!
È stata davvero una bellissima serata, ci siamo sentite davvero parte della famiglia e sono stati tutti molto gentili con noi! Poi ci hanno riaccompagnate in hotel e siamo crollate immediatamente, eravamo proprio stanche! E poi… Dovevamo riposarci, mica potevamo presentarci con le samsonite sotto agli occhi, proprio noi, le VIP del matrimonio!
Ed è arrivato così il giorno tanto atteso, il momento di sfoggiare i nostri salwar kamiz più belli, detti anche punjabi dress (e ho capito finalmente perché si chiamano così, visto che il Panjab è uno stato a maggioranza sikh, e le donne sikh non indossano la sari, bensì il punjabi dress, appunto), i nostri churi e gioielli vari.
Dovevamo essere alle 10.30 al resort dove si teneva il ricevimento ma quelli dell’albergo si erano dimenticati di chiamare il taxi, e, quando gliel’abbiamo fatto notare, ci hanno chiesto 1000 rupie per un quarto d’ora di strada. Così abbiamo recuperato un taxi per strada, che, per 250 rupie (che comunque eran già tante) ci ha portate a destinazione. Il resort era un salone enorme, con forse un migliaio di sedie, e i camerieri passavano avanti e indietro a portare chai, caffè latte, succhi di frutta, bibite e cibo, tanto cibo. E c’era anche il self service, e persino il banchetto dei succhi e della frutta fresca, e mi pare superfluo aggiungere che nessuna di noi s’è tirata indietro.

In realtà il ricevimento era solo per gli ospiti. Lo sposo è arrivato più tardi, preceduto dalla banda, come al solito vestita in maniera assolutamente improbabile, accompagnato da amici e parenti maschi, e ha cercato di entrare nel salone. Ma c’eravamo noi donne a impedirglielo, con un nastro rosso davanti alla porta, chiedendo loro soldi. Così è stata intavolata un’interessante contrattazione -manco il giorno del matrimonio gli indiani riescono a non contrattare, ahahah!- e i baldi giovani sono riusciti ad entrare solo dopo aver sganciato più di un migliaio di rupie. Dopo l’entrata trionfale dello sposo, ci siamo spostate nella casa della sposa, la quale sembrava un’altra persona, vestita con un lehenga (completo top, gonna e dupatta) bordeaux (che, insieme al rosso, è il colore tradizionale della sposa) completamente lavorato con decorazioni dorate, argentate e verdi. Era davvero bellissima, e tanto tenera…




Subito dopo siamo finalmente andati nel tempio, proprio di fianco alla casa, per la cerimonia. Della cerimonia non ho capito niente, visto che era in sanscrito (credo), in compenso ho sofferto terribilmente perché, mentre ero seduta tranquilla per terra, un bellimbusto ha avuto la brillante idea di schiacciarmi il piede nudo. E di schiacciarmi l’anello da piede, che, sul davanti mi premeva dolorosamentissimamente sul dito, e dietro mi faceva il pizzicotto. Non so come ho fatto a non urlare, e non piangere, faceva talmente male che mi prendeva i nervi e non potevo far nulla, neanche toglierlo, perché era incastrato. Ho dovuto soffrire per un quarto d’ora prima di uscire zoppicando, e per fortuna c’ha pensato l’Ottavia a togliermelo, perché io non riuscivo proprio! Mentre tutti assistevano alla cerimonia e io cercavo di sopportare stoicamente, le parenti della sposa erano fuori dal tempio a nascondere le scarpe per poter recuperare altri soldi dai parenti dello sposo.

Finita la cerimonia, disincastrato l’anello e ritrovate le scarpe, siamo tornati tutti al luogo del ricevimento, gli sposi in una macchina bianca, regalo dei suoceri al neo-genero, decorata con boccioli di rosa, attaccati con lo scotch. Perché il kitschume indiano non si può certo nascondere!
Ancora cibo, al banchetto, e persino alcolici. Cosa non avremmo dato per una birra… Ma le donne mica possono bere… E ci siamo dovute trattenere, a forza. Eppure ci avrebbe fatto bene un goccetto, per sopportare tutti i mocciosi che c’inseguivano per tutto il resort e tutti i ragazzi che volevano fare foto con noi. Ma c’era la nostra guardia del corpo, Gurvir, che controllava tutto. Gli uomini non avevano proibizioni riguardo all’alcool, e infatti dopo un po’ si sono lanciati nelle danze, mentre c’era un gruppo di “professionisti” sul palco che ballava e cantava in playback.




Verso la fine è cominciata la processione per la foto con gli sposi, seduti su un divano posto su un palchetto tutto addobbato e pieno di fiori finti, che agli indiani piacciono tanto.
E, dopo le foto di rito, tutti fuori, a salutare gli sposi. Questo è il momento più triste del matrimonio, il momento del distacco. Infatti la sposa lascia la sua casa per trasferirsi nella casa del marito, insieme alla sua famiglia, ed è sempre un terno al lotto, visto che non sa mai cosa l’aspetta.
Anche questo era un matrimonio combinato, come la maggior parte dei matrimoni indiani. Certo, ogni tanto qualche matrimonio d’amore c’è, ma in genere si affidano alla scelta dei genitori, che di sicuro “sanno cos’è meglio per loro”. Il matrimonio combinato non è quindi da considerare come un ripiego, né una costrizione (ovviamente ci sono le eccezioni, ma in genere è così) per i giovani, forse perché non hanno conosciuto altre realtà, o forse semplicemente perché funziona così, da secoli, e in fondo in fondo non va poi così male. S’impara a volersi bene, a volte ad amarsi, e ci si sostiene a vicenda per tutta la vita, visto che il divorzio non è visto di buon occhio dalla società indiana (sebbene i numeri stiano aumentando molto, soprattutto nell’India urbana). Ma questo non è l’unico motivo per cui ci sono così pochi divorzi: le coppie davvero cercano di restare insieme, si sacrificano per il bene dei figli e provano a restare uniti. Quello che forse in Occidente verrebbe definito “ipocrisia” qui si chiama “spirito di sacrificio”. E forse, un po’ di spirito di sacrificio farebbe bene anche a noi.




Abbiamo salutato tutti, con un po’ di magone, e siamo tornate all’albergo, dove mi aspettava una bella sorpresa: il conto della lavanderia raddoppiato rispetto al giorno prima. Il manager dell’hotel ha sparato una scusa dopo l’altra, facendomi arrabbiare tantissimo, e obbligandomi a sclerare per l’ennesima volta in hindi. Ovviamente l’ho vinta io, ma è davvero frustrante dover ogni volta incazzarsi per farsi rispettare!
La mattina dopo le ragazze sono partite presto, mentre io avevo il treno alle 18.45 e quindi ho pensato di fare un giro per la città e poi partire alle 15 con calma.
Ma la sfiga era in agguato, e ho cominciato a stare malissimo, tra squarao e vomito, e ho chiesto di poter rimanere oltre il mezzogiorno, ora del check-out… Dopo il litigio ero abbastanza timorosa, ma, come volevasi dimostrare, proprio per quello sono stati gentilissimi e si sono prodigati per me. Soprattutto perché, alle 15 non mi reggevo in piedi e avevo paura di non riuscire a sopportare 22 ore di treno, da sola, e ho dovuto rimandare indietro il tassista che era venuto a prendermi. Uno dei manager mi diceva di prendere delle medicine e di partire, ma io non mi sentivo sicura, proprio per niente, e ho pensato che sarei partita il giorno dopo perché stavo davvero troppo, troppo male. Nel frattempo ho chiesto di poter usare internet per guardare i treni del giorno dopo, ma non ce n’erano. E c’ho impiegato un due ore buone per fare questa ricerca, dopo di che mi sono resa conto che stavo molto meglio e che ero in grado di intraprendere il viaggio di ritorno verso Varanasi. Così ho richiamato il tassista, ho chiamato Gurvir per avvertirlo della mia decisione, rassicurandolo, perché era preoccupatissimo, e sono partita alla volta della stazione di Ludhiana, a un’ora e mezza di distanza (40 km qui sembrano un abisso), ovviamente in ritardo, perché mica posso star tranquilla!
Sono arrivata in tempo, trafelata, ma l’ora e mezza canonica di attesa era d’obbligo. Una volta salita sul treno ho dormito, dormito, dormito. E quando mi son svegliata mi sono accorta che mi avevano rubato i biscotti! :D E il 21 era il giorno della laurea della Mary, che io mi son persa… Ed ero così triste che mi sono rintanata sotto la mia copertina rubata alla business class della Swiss a singhiozzare un po’ in pace.
Finché, finalmente sono arrivata a Varanasi, ed ecco il cartello che mi attendeva:


Praticamente un invito allo shopping selvaggio! :D

Alla prossima,
Sò! :)

lunedì 16 novembre 2009

Rishikesh, 12.10-16.10


Ed eccoci giunti a Rishikesh, dopo due ore di viaggio in autobus, dopo aver parlato con tutti alla stazione degli autobus di Haridwar per capire quando arrivava il nostro bus, ingannando il tempo sgranocchiando del sano “coccobbbello”, allo stratosferico prezzo di 5 rupie alla fetta (meno di un centesimo di euro!).
Arrivati (ero sempre con Steffi e Ian) a Rishikesh c’era già buio, faceva freddo ed eravamo stanchissimi, così abbiamo pensato di fermarci prima a mangiare e poi cercare un posto per la notte (anche una mangiatoia riscaldata da un bue e un asinello andava bene!). Mentre mangiavamo abbiamo visto un ragazzo occidentale e gli abbiamo chiesto se conoscesse una guest house in cui potessimo trascinare le nostre stanche membra, e, appena ha aperto bocca, ho capito che era italiano. Luigi, questo il suo nome, ci ha consigliato la guest house in cui stava lui e poi ci ha invitato a mangiare con lui e i suoi compagni di yoga.



Rishikesh è un’altra delle millemila città sacre per gli hindu, sulle montagne ed è il punto di partenza per il Char Dham, il pellegrinaggio che termina a Gangotri e Yamunotri, dove si trovano, rispettivamente, le sorgenti della Ganga e della Yamuna.
Ma non ci sono solo hindu a Rishikesh, tutt’altro: infatti, è piena di occidentali che vanno a fare yoga e meditazione, ed è un posto abbastanza amato dai fricchettoni (nei confronti dei quali nutro una profonda idiosincrasia, da quando sono in India: il ’68 è passato da mo’, siete anacronistici!!! Piantatela di andare in giro conciati come dei barboni a piedi nudi con quei rasta e la croppa addosso, LAVATEVI, ché persino il poveraccio più disgraziato di Varanasi ha più dignità!!! Ok, scusate, ho finito il mio j’accuse), dagli anni Settanta, quando anche i Beatles erano passati di qua e si erano fermati in un ashram, che ora è conosciuto appunto come “the Beatles ashram”.



Abbiamo quindi cenato con una ventina di ragazzi provenienti un po’ da tutto il mondo: Stati Uniti, Italia , Germania, Israele, Giappone, Messico, Svezia, e poi siamo andati alla guest house, dopo aver scarpinato un bel po’ e aver scalato gradini altissimi coi nostri zainoni in spalla. Appena arrivati, uno dei tipi dell’ostello ha pensato di fare il piacione offrendomi un massaggio (che comunque avrei dovuto pagare, molto probabilmente in natura), è assurdo come ‘sti indiani ci provino incondizionatamente e imprescindibilmente da tutto e tutti.
In ogni caso, ci siamo sistemati nelle nostre camere (stavolta ognuno nella proprie), e poi sono uscita, avvolta nella coperta, a vedere la notte stellata di Rishikesh… Il cielo era terso e trapuntato di stelle luminosissime, e si sentiva solo il cri-cri dei grilli insonni e lo scorrere impetuoso della Ganga (in questo punto la corrente è molto forte), e con quest’immagine così romantica nella mente e nel cuore sono andata a dormire contenta e in pace col mondo.




L’indomani mattina, il 13, ovvero l’ultimo giorno di antibiotici, mi son svegliata con dei bei colpi di tosse secca e mal di gola, ma, di fronte a una visione simile dall’ultimo piano della mia guest house posso dire di aver dimenticato quasi tutti i miei acciacchi.
Ho fatto colazione in un daba, i tipici ‘ristorantini’ scrausi indiani che ci sono per strada, con chai e alu paratha (ovvero pane fritto ripieno di patate, sì, giusto per tenermi leggera di prima mattina!) insieme a un ragazzo della Repubblica Ceca che sta girando l’Asia in bici… Facendo un giro per la città ho trovato un’estetista, e ho deciso di riprovare l’ebbrezza di farmi fare la ceretta, ormai c’ho preso gusto, dopo l’esperienza dell’anno scorso (http://varanasindiario.blogspot.com/2008/10/14-ottobre-2008-lezione-n1.html)!




All’inizio ho chiesto il prezzo per una mezza ceretta e mi ha sparato 250 rupie. Alla fine, ho pagato solo 350 rupie per ceretta intera, pulizia del viso e della schiena. Nel frattempo, ho chiacchierato tantissimo -uh che strano!- con l’estetista, una ragazza di 24 anni di nome Monika. Come in ogni conversazione indiana che si rispetti, il discorso è caduto sul cinema: Ti piace Bollywood? Chi è il tuo attore/attrice preferita/o? Qual è il tuo film preferito?



Quando le ho rivelato che tra i miei film di Bollywood preferiti c’è Dostana (di cui potete gustare un assaggio qui, mi raccomando donne: preparate il catino per la bava: http://www.youtube.com/watch?v=ukU3brIKEG8 ),
ovviamente solo ed esclusivamente per la profondità della trama, il cast d’eccellenza, i dialoghi mai scontati… Non certo perché c’è quel figo di John Abraham che riuscirebbe a rendere sopportabile persino un film di Natale dei fratelli Vanzina… In ogni caso, sarà stata la regia magistrale, la sceneggiatura eccellente, o forse il montaggio perfetto, ma a me il film è piaciuto, e l’ho trovato esilarante. La trama ruota intorno alle due figure maschili, John Abraham e Abhishek Bacchan, che si fingono gay per poter vivere in una casa meravigliosa a Miami, convinti di dover condividere l’appartamento con una cozza. In realtà, la “cozza” è Priyanka Chopra, Miss Mondo, di cui, ovviamente si innamoreranno entrambi. Ecco, in tutto questo, Monika mi ha spiegato -a bassa voce- che a lei non è piaciuto il film perché i due protagonisti fingono di essere gay, opinione che mi è stata confermata, più tardi, anche dal padrone di un negozio di cd e dvd.
In un paese come l’India, dove il reato di omosessualità è stato depenalizzato solo pochi mesi fa -finalmente, direi!- ma dove gli uomini camminano mano nella mano, si siedono in braccio l’uno all’altro guardandosi negli occhi, e spesso hanno la loro prima esperienza sessuale con altri uomini, mi stupisco di come le persone riescano a conservare quell’omofobia ipocrita e a scandalizzarsi di fronte ad un film in fondo banale e semplicistico come Dostana. Mah!
In ogni caso, l’estetista mi ha invitato ad andare al cinema con lei, il giorno dopo, in moto, ed io ho ovviamente accettato.
In serata sono andata alla mia prima lezione di yoga, ed è stato abbastanza buffo, perché oltre ad avere l’agilità di un rinoceronte impagliato, non capivo nulla di ciò che spiegava il maestro, che parlava in inglese ma con l’accento dell’India del Sud, e così cercavo di copiare ciò che facevano gli altri, oppure c’era Luigi - il ragazzo italiano- che ogni tanto mi suggeriva cosa fare. Grazie alla mia innata flessibilità e alla mia proverbiale grazia e leggiadria (ahahah), sono riuscita -mi domando ancora come!- a stare su con tutto il corpo appoggiando solo la testa e i gomiti per terra. Dopodiché ho cenato e ho mangiato come un bue, per scongiurare la disgraziata eventualità di riuscire a perdere anche solo mezzo etto svolgendo attività fisica. Anche la mattina successiva (il 14) ho provato a fare due ore di yoga (dalle 8 alle 10), ma ho passato un’ora e mezza a sbadigliare, un quarto d’ora -forse di più- a dormire, mentre gli altri facevano meditazione, e i rimanenti quindici minuti a cercare invano di governare il mio corpo e la mia mente.
Sono riuscita a riprendermi solo dopo la supercolazione, a base di porridge e frutta, lemonana (succo di limone e menta), e soprattutto il cornetto con la Nutella. Sempre per scampare un eventuale deperimento, eh!






Nel pomeriggio doveva chiamarmi Monika per farmi sapere a che ora andare da lei per andare al cinema ma mi ha tirato buca, e quindi sono andata a vedere un tempio molto bello, affacciato sulla Ganga, disposto su molti piani, costituito da moltissimi altari dedicati alle varie divinità hindu. A questo proposito, vorrei ricordare che l’induismo non è affatto una religione politeista: tutte le divinità sono manifestazioni diverse del Divino. E, in genere, ogni fedele, ha una divinità di riferimento a cui è particolarmente devoto e a cui indirizza le proprie preghiere.
Dopo aver salito tutti i gradini del tempio e aver suonato tutte le campane -qui sono i devoti che le suonano, e c’è un continuo din-don-dan: insomma, qui fra Martino campanaro resterebbe disoccupato, ecco!- stavo per uscire e mi son sentita toccare il culo… Strano, eh… Infatti mi sono girata con fare bellicoso, pronta a tirare schiaffi… E invece era una signora che cercava di aggiustarmi la maglia, che non avevo tirato giù bene, dietro. Ma dico io, chiamarmi e dirmelo no, eh? Tra l’altro poverina, devo averla davvero guardata malissimo, infatti mi sono scusata.




La sera, dopo aver goduto di un tramonto meraviglioso, abbiamo mangiato tutti insieme, con Steffi, Ian, Luigi, Sophia e Sigurd, un’altra coppia di tedeschi, e altra gente. Ogni giorno conoscevo gente nuova, tra cui persino un inglese che stava cercando di imparare hindi con il libretto “Teach yourself”, e a cui ho spiegato qualche rudimento della lingua e dell’alfabeto. In quei giorni trascorsi a Rishikesh mi sono resa conto che, pur essendo arrivata da sola, ho conosciuto più gente che in un mese a Varanasi -anche se è ovviamente diverso, con gli altri turisti- e che non mi sentivo sola.



All’inizio ero partita con l’idea di andare a Mussoorie a trovare le altre ragazze, ma poi, una volta a Rishikesh c’ho ripensato, dal momento che avrei dovuto tornare ad Haridwar, prendere l’autobus per Mussoorie, prendere il taxi per arrivare a casa delle ragazze, patire il freddo, e poi far ritorno di nuovo ad Haridwar per prendere il treno per Amritsar. E, come al solito, io… VOGLIA DI SBATTERMI ZERO, quindi ho deciso di rimanere più a lungo a Rishikesh, dove mi sono trovata molto bene, e di andare poi direttamente ad Haridwar, dove avrei incontrato le donzelle.





Il penultimo giorno a Rishikesh l’ho inaugurato con una leggera colazione israeliana, a base di hummus -una sorta di pappetta salata a base di ceci, patatine fritte con ketchup, insalata di cetrioli (non so come né perché, ma ho cominciato a mangiarli, e pensare che non mi sono mai piaciuti!), pomodori, peperoni e olive, e una sorta di piadina. Ah, e il succo d’arancia, che però mi ha messo un po’ di pesantezza. Non era certo colpa di quello che ho mangiato, figuriamoci! L'espressione contenta della foto, ça va sans dire, era proprio dovuta alla mia super colazione!




Dopodiché io, Ian e Steffi ci siamo preparati per andare alle cascate… Dopo aver percorso stradine attraversate solo da asini e dai loro padroni e sentieri impervi, siamo arrivati ad un ruscello, dove ho pucciato i piedi. E finalmente posso dire di essermi bagnata nella Ganga ma! Poi i miei amici sono andati avanti, io ero in infradito, e non me la sentivo di fare l’Indiana Jones della situazione, e quindi preferito fare l’indiana e tornarmene indietro. Così sono andata un po’ in giro a fare interviste, scoprendo tra l’altro che il consiglio che le persone del luogo vorrebbero dare ai turisti è di non sporcare la Ganga ji -ma molti di loro riconoscono che questo vale più che altro per i turisti indiani- e che, a parte rare eccezioni, apprezzano i turisti stranieri perché sono molto gentili ed educati. Ed è vero, in effetti, visto che gli indiani non sanno cosa sia l’etichetta: al di là dell’usare le mani per mangiare che è una consuetudine e che, in un certo senso, è più igienico che mettere in bocca degli strumenti ‘estranei’, gli indiani dicono “grazie” (dhanyavad in hindi) molto raramente, “per favore” non si usa mai e, addirittura, parole come “prego” o “permesso” non esistono proprio. Per scansare qualcuno per strada mentre passano si fanno largo a gomitate o gridando “SHIDE SHIDE!” (versione autoctona dell’inglese “Side! Side!”, letteralmente “fianco, lato”). Sparano di quei rutti che paiono delle detonazioni, e in qualsiasi occasione e senza remori, anche in faccia, mentre ti parlano, e di tanto in tanto non mancano di “far di cul trombetta”, come diceva qualcuno famoso (!).Per non parlare di quando si soffiano il naso con le mani o si scaccolano in tutta scioltezza per strada! …E in tutto questo non sono certo maschilisti: sia gli uomini sia le donne si comportano così!




Nel pomeriggio ho incontrato un ragazzo francese che conoscevo e siamo rimasti a chiacchierare un po’ in un bar, dopo ho incontrato una ragazza svedese, Sanna, che avevo visto la prima sera, e l’ho accompagnata in farmacia a comprare delle medicine, e sulla strada siamo rimaste estasiate dalla visione idilliaca del nostro primo cestino della spazzatura indiano!!!! Che emozione!!! A Varanasi non esistono cestini, perché la strada stessa è la pattumiera, e, anche volendo buttare le cose a casa, finiranno sempre nello stesso posto: per strada e poi bruciate, o buttate nella Ganga. Per la figlia del capo dell’ufficio ecologia buttare le cose per strada fa un po’ male al cuore, ma non c’è alternativa! Spesso ci si imbatte anche in batuffoli di capelli neri, che a raccoglierli tutti si potrebbe rivenderli in Italia e diventare ricchi! La cosa più triste è vedere queste povere mucche che mangiano i sacchetti di plastica… Da parte mia, non potendo certo tenermi tutta la monnezza e portarmela a casa e buttarla nella discarica di Cornaredo, cerco perlomeno di non consumare plastica e usare la borse di tela, visto che le regalano sempre quando fai shopping (e io lo faccio spesso!).



L’ultima sera io e Luigi, dopo l’ultima lezione di yoga, siamo andati a una festa, ma prima siamo passati a salutare Monika -che si è innamorata di lui- e che, forse per farsi perdonare del bidone del cinema, mi ha regalato,o forse è meglio dire ‘sbolognato’ braccialetti, orecchini, e persino un completo top-gonna-dupatta che lei non usa più.




La festa era allucinante e allucinogena, nel vero senso della parola: una trentina di stranieri radunati nel piano superiore di un ristorante, tutti completamente fatti che si muovevano come zombie -non stavano certo ballando, suvvia- ascoltando musica (MUSICA?!?!) techno e trance. C’era pure un francese scoppiatissimo, a petto nudo, tutto sudato, che saltava di qui e di là come un grillo. Mi sentivo davvero a disagio, chiedendomi cosa ci facessi io lì, cosa c’entrassi io (non che Luigi si trovasse bene, comunque, eh!) con quella manica di fricchettoni bacati. Paradossalmente, mi ero trovata molto meglio alla festa di compleanno di Karan, insieme ad indiani poverissimi ma ricchi di dignità e di valori, e di amore, rispetto a quel manipolo di cannaioli che non hanno davvero capito un cavolo dell’India, ma che torneranno a casa e dichiareranno con aria sognante che l’India gli ha cambiato la vita. Più che la vita, gli ha cambiato -in peggio- quei due neuroni che avevano dispersi nel magma della loro materia grigia! Sì, sì, lo so che divento acida quando parlo dei fricchettoni, ve l’ho già detto che ho il dente particolarmente avvelenato!



Così siamo tornati a casa dopo neanche una mezz’ora, e siamo rimasti poi a chiacchierare sotto la luna, nel giardino della guest-house.



Infine, il 16 mattina ho fatto lo zaino e mi sono preparata per raggiungere le altre pupe ad Haridwar, per poi andare finalmente ad Amritsar!




Ho preso un autorisciò in condivisione con altri otto indiani, più il riksciowala, più i bagagli sul tettuccio, ed è stato davvero molto divertente. I miei compagni di viaggio erano una coppia anziana del Sud e una famiglia, composta da tre uomini e tre donne, di cui una con il pallu (la parte finale della sari) che le copriva completamente la faccia, ma che non le impediva certo di mangiarsi il kulfi (una sorta di gelato-ghiaccolo indiano), seppur sbrodolandosi tutta. Erano tutti in pellegrinaggio ad Haridwar e Rishikesh. Tra un sobbalzo e l’altro, e gridando per farsi capire -come se le difficoltà linguistiche non fossero sufficienti!- abbiamo chiacchierato un bel po’, mi hanno chiesto come al solito se fossi sposata, cosa facevo in India… Insomma, le solite cose! Poi si sa, gli indiani sono curiosi, ma anche molto innocenti, ingenui e spontanei, e fanno tante domande, proprio come i bambini!




All’inizio il riksciowala mi aveva chiesto 100 rupie, ma io volevo sentire cosa diceva agli altri e quindi ho tergiversato, anche perché erano comunque troppe. Ad un certo punto del viaggio, mi ha comunicato che dovevo scendere e prendere l’autorikscio davanti perché i miei compagni di viaggio non andavano alla stazione come me, mentre quelli davanti sì. Visto che mi puzzava troppo di fregatura, e continuava a chiedermi 100 rupie, ho cominciato ad irritarmi, fino ad infervorarmi e infuriarmi, del tipo che io gli dicevo che mi stava fregando e lui negava, io lo ripetevo e siamo andati avanti così, poi il prezzo è sceso a 70 rupie ma non ero ancora soddisfatta, anzi, continuavo a urlare e a sclerargli contro, arrivando quasi al magone, dal nervoso, i signori che erano con me e mi hanno detto che era un prezzo equo. Soprattutto è stata la nonnina che mi ha convinta: mi ha guardata con quei suoi occhi grandi e sinceri, mia ha preso la mano e mi ha rassicurata, dicendomi che andava bene, che non mi stava fregando. No, allora, lo so che state pensando che sono sempre la solita, che c’ho sempre da dire: è vero che io sono sempre polemica, però in India se non pesti i piedi e non ti incazzi come una iena non ti rispetta nessuno, e prendi solo fregature, quindi, purtroppo, questa è la prassi. E poi, in fondo ho il cuore di panna, ecco. Infatti quando la nonnina mi ha detto che si sarebbe ricordata di me mi ha fatto commuovere. Che strano, to’!



Quindi ho finalmente cambiato autorisciò e, dopo un’ora e mezza, sono arrivata ad Haridwar, dove le ragazze mi aspettavano al ristorante “Big Ben”, che doveva essere davanti alla stazione. Io mi ricordavo di averlo visto, qualche giorno prima, così sono scesa dall’autorisciò e mi son messa a cercarlo, ma, dopo la terza persona che mi diceva che era molto lontano, mi sono fidata -del resto, il mio senso dell’orientamento è totalmente inaffidabile!- e sono salita su un risciò, dicendogli che gli avrei dato cinque rupie. Questo qui in realtà non sapeva dove fosse, ed è andato avanti, per poi tornare indietro e scoprire che, per la prima volta nella mia vita, il mio senso dell’orientamento aveva ragione, e il ristorante era proprio vicino al punto di partenza. Al ché gli ho dato due rupie, perché, oh, mica è colpa mia se lui ha sbagliato strada ed è andato avanti! Lui, ovviamente, s’è incazzato e non le ha volute. E allora ho preso e me ne sono andata.



Si vede che era giornata!



Finalmente ho rivisto Lucia, Ottavia, Valentina e Filomena (che studiano tutte hindi a Mediazione), poverine, tutte deperite per colpa dell’epidemia di squarao che le aveva colpite a Mussoorie. Siamo andate in stazione, ma, tanto per cambiare, il nostro treno era in ritardo, di più di un’ora e mezza, quindi c’è toccato aspettare in stazione, mentre un bambino, un mendicante, s’è attaccato alla gamba della povera Ottavia e non voleva più mollarla. Abbiamo viaggiato in second A/C, ovvero la seconda classe con aria condizionata, in cui viaggiano i ricchi… e i topi! Eh sì, ne abbiamo visto uno o due passarci tra i piedi: si trattano bene i topi indiani, ahah!



E finalmente, poco dopo mezzanotte, siamo arrivate ad Amritsar… Ma questo merita un post a sé stante!







Buonanotte,



!






P.s.: Suvvia, basta farvi pregare: COMMENTATE! Ché lo so che non ci sono solo la mia mamma e il mio papà, la Nadia, la Ceci e la Vale G (che ringrazio ancora per il commento splendido al post precedente) che mi leggono!