domenica 25 ottobre 2009
4 ottobre 2009
venerdì 23 ottobre 2009
28 settembre 2009
Per il resto, qui fa un caldo terribile! Ci sono circa 35°C, ma con un’umidità del 97-98% praticamente ci si squaglia, ci si scioglie, e ci si liquefà, e si suda solo a respirare. Devo dormire con il ventilatore acceso e mi sveglio con il mal di gola, ma l’alternativa è non dormire affatto, quindi scelgo il male minore!
Baciugi a tutti e a presto,
Sò!
giovedì 1 ottobre 2009
25 settembre 2009 -Varanasi-
Al momento della conversazione c'erano tre donne, quattro uomini d’affari, un gruppetto di cinque truzzetti locali, più vari ed eventuali che andavano e venivano. Il tipo di fianco a me, probabilmente un business man, un ragazzone abbastanza distinto e in carne, camicia gialla e pantaloni marroni a costine, orologio d’oro e due grossi anelli anch’essi d’oro, si dice sorpreso di vedere una straniera in sleeper class, mi considera molto coraggiosa, perché in genere i VIP (!!!) stanno in prima classe o vanno in aereo! Ahahah, mi fa ridere il pensiero di poter esser considerata una vip solo perché sono bianca e bionda.
Gli racconto del perché sono qui e gli spiego che voglio conoscere la vera India, e, per farlo, devo viaggiare in sleeper. In realtà, anche viaggiare in prima (perché tutti vogliono viaggiare in prima), potrebbe comunque essere utile dal punto di vista del progetto, ma costa troppo! Non certo da un punto di vista europeo, ma diciamo che se posso risparmiare qualcosa è molto meglio!
Aquel punto il mio vicino di posto mi pone una domanda. L’ultima domanda di Chi vuol essere milionario (Slumdog millionaire docet), di quelle che ti fanno riflettere, che ti mettono in discussione, che ti fanno approfondire un argomento su cui non ti eri soffermata a sufficienza è stata: “E cos’hai da imparare dall’India?”
Alla stazione di Lucknow, dove siamo arrivati a mezzanotte, compro mezzo casco di banane piccole (mezzo perché avevo cinque rupie in moneta, e quello intero costava dieci).
Quello che farà inorridire mio papà in primis e molti di voi -anche a me dà fastidio, ma qui funziona così!- è che sul treno non ci sono cestini, si butta tutto fuori dal finestrino. In generale, in India non ci sono le pattumiere per strada: si butta tutto per terra, e poi gli spazzini -o le mucche e i cani- arrivano e bruciano tutto.
Progetto di studio: turismo responsabile
- turismo religioso
- turismo da “diporto”
- turismo culturale
Opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori.”
domenica 27 settembre 2009
Treno Kashi-Vishwanath Delhi-Varanasi, 24 settembre 2009
Voglio dire, l’accoglienza riservatami da Varanasi non era stata esattamente delle migliori, però, a differenza di Parigi, Cracovia, e tante altre città per così dire ‘turistiche’, la sua bellezza non corrisponde a nessuno dei nostri canoni estetici, e lo so che l’ho già detto e scritto almeno un migliaio di volte. La sua è una bellezza interiore, mistica, emotiva, ‘cardiaca’, se posso esprimere così la contrapposizione con la bellezza ‘cerebrale’.
Per carità, lungi da me intavolare un discorso filosofico sulla bellezza: non ne ho i mezzi, la conoscenza, le capacità. E sono pur sempre seduta a gambe incrociate nel vagone letto, circondata da curiosi che cercano di carpire il minimo indizio su ciò che sto scrivendo! Posso solo parlare e scrivere di ciò che sento, e sperare di essere compresa, almeno un po’. E sperare che il mio solito ciarlare di aria fritta possa avvicinarmi un po’ a voi che siete lontani e che magari ogni tanto -ogni tanto!- sentite la mancanza del mio blablablabla! :D
Dicevo. La bellezza di Varanasi si scopre lentamente, dolcemente, ma implacabilmente: un giorno ti accorgi che questa città, che in fondo è un paesone, ti è entrata nel cuore, per sempre.
È una bellezza che risiede negli sguardi intensi, nei sorrisi di speranza di chi, malato, vecchio, vi è giunto dopo un lungo pellegrinaggio -proprio qui, nella città più antica del mondo, la più sacra per gli hindu, la città di Shiva- e può, finalmente, morire felice, perché le anime degli hindu che muoiono qui concludono il ciclo delle vite e delle (ri)nascite. Questa bellezza (sì, lo so, sto ripetendo troppe volte ‘bellezza’, dà fastidio anche a me essere ridondante ma se vi fa sentire meglio lo scrivo in altre lingue…) è contagiosa, sapete? E lo è solo per chi ha la fortuna di sentirla, viverla, respirarla. E non bastano certo un paio di giorni.
Quante volte mi son sentita dire che “Varanasi è brutta, sporca, e la gente ci va a morire”? Tutto vero, eh, però… Riflettiamoci. Brutta? I ghat (le gradinate che portano alla Gangaji, il sacro Gange, che in hindi è femminile, come quasi tutti i fiumi) e i palazzi e i tempi, e le sari messe lungo i ghat ad asciugare, il sole che sorge dalla Ganga, gli aquiloni che solcano il cielo, le scimmie che scorrazzano sui tetti, i bambini che giocano scalzi e ridono a crepapelle. Tutto questo è tutt’altro che brutto, ve lo assicuro. Sporca? Uhm… Eh sì, sporca. Sporca da morire. In questo è indifendibile.
E poi… il fatto che molta gente decida di lasciarsi morire qui non è semplice disperazione, o rassegnazione passiva. Secondo i testi classici hindu, in particolare ‘Le leggi di Manu’, l’uomo primordiale, la vita dell’hindu -nello specifico, uomo e appartenente alle prime caste- è suddivisa in quattro fasi, dette ashrama:
• Brahmacarya, la vita da studente
• Grihastha, la vita familiare
• Vanaprastha, la vita nei boschi, quando ormai i figli sono sistemati e ci si ritira dalla vita mondana
• Samnyasa, la rinuncia ai beni terreni per dedicarsi interamente a Dio. Colui che intraprende questa strada, il samnyasin, parte per un pellegrinaggio che durerà fino alla fine dei suoi giorni, vivendo della carità altrui.
Ora, è chiaro che al giorno d’oggi questa scansione viene assai raramente rispettata, ma di samnyasin o di semplici pellegrini a Varanasi se ne vedono a milioni, e tutta questa tiritera è utile per fare comprendere come la morte in questa città sia semplicemente la fine sì, ma la fine addirittura auspicabile di quel cerchio quasi eterno ed infinito che è il samsara. La morte in questa città corrisponde al moksha, la liberazione del ciclo delle vite e delle morti, e be’, mica pizza e fichi, direi!
E i ghat di cremazione? Obietterà qualcuno (o forse no, ormai me le canto e me le suono da sola!). Il principale è il Manikarnika (che è anche il vero nome della Rani di Jhansi, che è nata proprio in questa città!), dove ci sarà sicuramente qualche indiano che si offrirà di raccontarvi le modalità di cremazione e la rava e la fava in cambio di un cospicuo bakshish (mancia), e vi permetterà anche di fare delle belle foto da mostrare ai vostri amici e parenti una volta a casa. Però. È davvero così necessario fare delle foto a dei corpi che ardono? In Italia faremmo delle foto a un funerale? Cioè, io no. È per questo che non ci tengo neanche particolarmente ad andarci, ecco. Che poi qui i morti vengano arsi e poi buttati nella Ganga -una doppia catarsi, insomma: prima il fuoco e poi l’acqua, l’acqua santa, poi!- è semplicemente il riflesso di una cultura totalmente diversa dalla nostra. Per esempio, i musulmani inumano i propri morti, anche qui in India, così come avviene per i bambini hindu e per i sadhu, i santoni.
Oddio, i ragazzi vicino a me hanno preso un daal di ceci con cipolle fresche sopra e una spruzzata di limone. Un’alitata e mi stendono peggio di Mike Tyson!
Intanto passiamo campi di grano sconfinati e distese verdi -come direbbe l’Alessia :D - puntellate qua e là dal bianco delle vacche, dal marrone dei carretti e dai colori vivaci delle sari, e interrotte di tanto in tanto dal grigio del fiume. Non vi aspetterete mica che l’acqua sia limpida e cristallina, eh?! Ecco, guarda! Si vedono delle capanne di fieno… Qualche chilometro più in là delle tende… E poi le capanne di fango… E ancora, case in mattoni grezzi. Le palme che si stagliano verso il cielo, i bufali che pascolano tranquilli, le sari stese ad asciugare. Sembra quasi di essere in un romanzo salgariano… Senza tigri, per fortuna! Questa è l’India rurale, l’India dei villaggi, l’India che si aggrappa con forza alle proprie tradizioni con mani callose e segnate dalla fatica. Quell’India che Gandhi ha visitato dopo aver passato molti anni in Sudafrica, per conoscerla e farsi conoscere, e per portare il suo messaggio di ahimsa, che è molto più della semplice “non-violenza”: è la negazione (rappresentata dal prefisso privativo a-) di himsa, il desiderio di nuocere. E il merito di Gandhi consiste nell’aver trasformato un concetto definito per negazione, in uno molto più semplice, chiaro, immediato: ‘amore’. Non indifferenza. Amore. Cosa può essere, altrimenti, il ‘non-desiderio di nuocere’?
L’amore, che trascende tutte le religioni, culture, nazionalità, etnie, e le unisce nelle loro diversità, nella loro ricchezza.
Oddio, come sono sdolcinata. Sarà che i viaggi in treno hanno sempre quel non-so-che di malinconico, nostalgico, romantico, soprattutto se attraversi paesaggi come questi, e hai in mano un quaderno e una penna per far passare 17 ore di viaggio, mentre i vicini ti guardano incuriositi e stupiti (e direi che funziona, visto che tre ore e mezza sono quasi volate!).
O forse è colpa di questo succo di frutta dolcissimo al mango.
martedì 22 settembre 2009
22 settembre 2009
Eccomi di nuovo qui, in India. A casa di Pasto, praticamente un porto di mare da cui transita la meglio gioventù di Delhi e del resto del mondo. Sono posizionata esattamente sotto il ventilatore, visto che qui fa davvero caldo e l’afa è insostenibile (ma ho l'immancabile dupatta, la sciarpina, onde evitare torcicollo et similia) e posso finalmente ricominciare il mio taccuino di viaggio, lasciato in sospeso l’anno scorso, forse per il presentimento che l’avrei ripreso di lì a breve.
Appena arrivata a Delhi ieri notte ho preso un taxi prepagato, un furgoncino nero con una striscia verde che, appena sono salita, ha pensato che fosse cosa buona e giusta e indispensabile ritrovarsi in panne con la gomma bucata. Perché, come dice il buon Raju, “जिंदगी का नाम परेशनी है”[zindegi ka naam pareshani he], ovvero “il nome della vita è problema”. Ci aggiungerei anche un bel “Gianni, l’ottimismo è il profumo della vita!”.
In ogni caso il mio autorikshowala non s’è perso d’animo e ha effettuato il cambio gomme in tempo record. E quindi eccomi di nuovo in India, di nuovo la guida a destra, di nuovo gruppetti di uomini che ti squadrano da testa a piedi, di nuovo quell’aria soffocante, di nuovo quel sentirmi bene malgrado l’espressione imbronciata che ostento, per porre delle distanze tra me e gli altri.
Non che questa mia faccia corrucciata mi venga bene, oggi pomeriggio avevo male ai muscoli dallo sforzo! Mi viene molto più facile e spontaneo sorridere. Ma cosa fai? Sorridere a tutti ‘sti rompiballe di negozianti che ti chiamano continuamente sarebbe considerato un invito a romperti ancora di più! È che, purtroppo, per farsi rispettare una donna -soprattutto straniera e soprattutto bianca e soprattutto bionda- qui non deve dare confidenza a nessuno, deve anzi essere seria e seriosa (mi ci vedete???) e ai limiti dell’incazzoso (questo mi si confà già di più!). Se ci pensiamo, in Italia a volte è il contrario. Quante donne per ottenere qualcosa da un uomo si mettono a fare gli occhi dolci? E quante volte la ottengono? In India sconsiglio vivamente di fare moine a chicchessia, sarebbero accolte e ricambiate fin troppo calorosamente!
Oggi, per esempio. Sono andata in due agenzie turistiche che mi hanno detto che non c’erano posti in treno per Varanasi fino al primo novembre. Poi sono entrata nella terza. Un vecchietto sdentato dagli occhi verde acqua mi ha assicurato che per 850 rupie mi avrebbe trovato un posto. Con fare deciso gli ho chiesto di firmarmi un foglio in cui c’era scritto quanto avevo pagato. Lui non voleva, ma ho insistito, e così l’ha fatto. Mi ha invitato a tornare dopo una mezz’ora, quando il biglietto sarebbe stato pronto. Mi pare superfluo aggiungere che non me ne sono andata assolutamente, e che il biglietto è arrivato in un quarto d’ora. Il biglietto da 444 rupie. E io ne avevo date 850. Ma a quel punto il biglietto ce l’avevo, mentre le altre agenzie mi han detto che non c’era nulla da fare. E a quel punto potevo fare tutte le scene che volevo, ma la voglia di tornare a Varanasi -a breve e senza spendere le 6600 rupie dell’aereo- ha prevalso.
Conclusione:
Biglietto del treno: 850 rupie
Durata del viaggio: 17 ore
Tornare nella mia amata Varanasi: NON HA PREZZO!
Per tutto il resto c’è MERCATONEROCARD!
A mia -seppur parziale- discolpa, devo dire che non l’avevo capito subito che si trattava di mercato nero! E col senno di poi, mi rendo conto di aver fatto bene ad insistere di avere il “pezzo di carta”!
WELCOME BACK TO INDIA, BABY! :D
Sono contenta di essere in India, ma Delhi m’incute un po’ di timore. È anche per questo che non vedo l’ora di tornare a Varanasi, che è più piccola, e di cui conosco già i luoghi, le persone, gli odori.
Baciugi,
Sò! :)
domenica 7 dicembre 2008
5 novembre
Stamane ci siamo svegliate presto per prendere la barchetta e osservare dalla Ganga lo spettacolo della Chhat puja. I ghat erano di nuovo affollatissimi, e faceva freschino. Freschino per gli standard di qui, eh, ciò significa che alle 6 di mattina del 5 novem
Mentre il nostro Caronte viaggiava alla velocità di crociera di un chilometro all’ora, praticamente ad un metro dalla riva, noi ammiravamo le donne avvolte nelle loro sari variopinte, immerse nella Ganga con
Ed era tutto così magico e suggestivo, affascinante, poetico ed irreale, dai c
Una volta sce
Ad ogni modo, dopo una sostanziosa colazione alla German Bakery, siamo andate all’appuntamento con Anna, direttrice dell’ONG Action Benares
Ci siamo poi spostati all’ospedale, dove Action Benares si occupa di offrire assistenza nel reparto “grandi ustionati” ed ortopedia. Fuori dal reparto “grandi ustionati” giacevano bambini completamente neri, coperti solo da una garza di cotone, che si lamentavano e piangevano. E questo era solo l’inizio. Abbiamo visto decine di persone completamente ustionate, in particolare donne. Ci hanno spiegato che per alcune di loro è stato un incidente, ma che sempre più spesso si tratta di tentativi di suicidio per sfuggire ad una vita di stenti e disperazione. Oppure, sono le suocere che danno loro fuoco - o fanno ingurgitare loro acido -per poter permettere al figlio di risposarsi ed avere un’altra dote. Queste situazioni sono inconcepibili per noi, ma devono essere poste nel contesto indiano, in cui la donna, di proprietà del padre, è presto costretta a sposarsi ad un uomo che non conosce, e a trasferirsi nella sua casa. Diventa così proprietà del suo sposo e della sua famiglia, e molto spesso vittima di soprusi, violenza e vessazioni.
Quegli occhi neri, così vibranti di disperazione e dolore, e quelle carni bruciate, il pianto di un bambino senza pelle, mi resteranno nella mente, negli occhi, nelle orecchie per sempre. E non riesco a scriverne senza piangere. Ma stamattina dovevo trattenere il magone, e sorridere, mentre entravo e uscivo da quelle stanze spoglie, sconvolta da tanta sofferenza. E non era un sorriso falso, ma un sorriso di speranza, di incoraggiamento, di vita. Così come ci raccontava Anna, che, di fronte a tanto dolore, la sua reazione era ridere e far ridere. Il sorriso è l’unica arma che avevo in quel momento, l’unica forza che potevo trasmettere. Ma erano loro a dare forza a me, quando vedevo le loro labbra incurvarsi in un sorriso, e i loro occhi brillare per un istante.
Queste persone, che in Italia si troverebbero in terapia intensiva, stanno invece in un ospedale fatiscente, senza la benché minima assistenza medica (se non quella offerta, appunto, da Action Benares). Di fatto, l’assistenza viene offerta solo a coloro che possono permettersi di allungare una mazzetta al medico. E, a questo punto, conviene pagare una clinica privata.
Dopo siamo andate al reparto ortopedia, una grande camerata dove si trovavano uomini, donne e bambini, con i muri scrostati e le tubature rotte. I ragazzi di Action Benares si sono seduti al capezzale di una ragazzina che piangeva e si lamentava, nel delirio della febbre. Anna ci aveva avvertito che avremmo sentito puzza. Ma quando hanno cominciato a toglierle il sacchetto di plastica che le avvolgeva il piede, e a toglierle le bende… Un odore di morte, di carne putrefatta pervadeva l’aria, perforava le nostre narici, mentre le grida strazianti di quella bambina che chiamava la sua mamma dilaniavano il cuore e le orecchie, malgrado fossimo uscite dalla stanza.
Avevo ormai raggiunto il limite, la mia soglia di sopportazione della sofferenza altrui. Ma ormai la nostra visita all’ospedale era finita. Di ritorno a casa, Anna si è detta stupita della nostra capacità di sopportare tanto dolore, visto che in genere le persone scoppiano in pianti ininterrotti o addirittura vengono prese da malore, di fronte a quelle realtà.
E io mi chiedo come facciano loro, a confrontarsi ogni giorno con il dolore, con la frustrazione e il senso d’impotenza, la rabbia verso un sistema corrotto e perverso che non ha nessun rispetto per la persona, per la sua dignità, per la sua sofferenza.
Ma ora il mio mal di testa è diventato lancinante - perché io non somatizzo mai! - è ora di andare a letto. È circa una settimana e mezza che ogni giorno mi sveglio con qualcosa di diverso: mal di testa, debolezza, raffreddore, diarrea. Ogni giorno è una sorpresa. Ma sono sempre più convinta che si tratti di malessere psicosomatico. E sono sicura, ma sicura al 100 per cento, che dopo aver visto la sofferenza, quella vera, da domani starò bene.